Il senso del trionfo Ferrari nel WEC con due iridati italiani

La 499 unita a Giovinazzi, Pier Guidi e Calado meritano tutto l’entusiasmo dei tifosi
Il senso del trionfo Ferrari nel WEC con due iridati italiani

Mario DonniniMario Donnini

Pubblicato il 10 novembre 2025, 09:43 (Aggiornato il 11 nov 2025 alle 11:28)

L’alloro di Pier Guidi e Giovinazzi rompe quindi ben più di un digiuno assoluto e anche un altro relativo mica da poco. Infatti, alla voce gare su pista era dal 1953 che un pilota italiano non si laureava campione del mondo al volante di una Ferrari. La soddisfazione, settantadue anni fa, era toccata all’indimenticabile “Ciccio” Ascari, tanto per dare la misura della rilevanza e anche della rara preziosità del raggiungimento toccato dal piemontese e dal pugliese nella corsa di chiusura del WEC 2025.

Tutto questo non arriva certo per caso, perché rappresenta il coronamento della politica sportiva di Antonello Coletta, timoniere Ferrari in congiunzione perfetta con Amato Ferrari, volta a valorizzare per quanto possibile da una parte i piloti italiani e dall’altra il ruolo di team player, laddove nessuno è stella e tutti sono chiamati al ruolo di satelliti, girando attorno al pianeta squadra. 

Un cerchio che si chiude

Ed è bellissimo notare che sul più alto gradino iridato finiscono gli stessi tre che avevano portato il prototipo progettato da Cannizzo per la prima volta alla vittoria nella 24 Ore di Le Mans, nella clamorosa edizione 2023 del centenario della classica. Stavolta, per la verità, senza il batticuore del reset finale di Pier Guidi, ma al termine di una corsa molto regolare, consistente e per certi versi attimo per attimo rassicurante. D’altronde di tachicardie proprio non ce n’era bisogno, perché l’armada di Coletta & Amato ha dimostrato per tutta la stagione d’essere la vettura top guidata dagli equipaggi più veloci, consistenti e meglio amalgamati. E alla fine della fiera, finalmente la gara del Bahrain certifica insindacabilmente che la 499P è la Hypercar più forte, competitiva e rappresentativa della categoria, al netto di qualsivoglia famigerato BoP.

Il merito del Presidente

Su questo versante, la delicatissima gestione politica richiesta ad Antonello Coletta anche nei momenti meno rassicuranti, quando s’è ritrovato a veder correre le sue predilette praticamente con un cinghiale a bordo per non uccidere il mondiale anzitempo,  è un capolavoro nel capolavoro, perché spesso, se la guerra la vincono i soldati, trattati e trattative li fanno i Richelieu. Eppoi, alla voce iridati per la prima volta, colpo di scena, c’è anche John Elkann. E attenzione, perché se da metà 2022, con i primi test, è iniziato tutto questo favoloso cinema a colori, il merito primo è del Presidente Ferrari, il quale, in una riunione a distanza, una specie di dad degli stati generali della Rossa, alla proposta di Antonello di tornare all’assalto del mondiale endurance, rispose, semplicemente: “Facciamolo”.

Dal 1973 mai un Presidente Ferrari aveva minimamente pensato a ribadire una sfida del genere. E nessuno, prima di lui, c’era neanche andato vicino. Di più. Strada facendo John Elkann s’è appassionato, ha gustato sempre più il clima delle sfide endurance, quel piccolo mondo antico dei cimenti classici da puri sportsmen che tanto piaceva a suo nonno Gianni Agnelli. E adesso questo mondiale è suo, certo, anche suo, ma per certi verso soprattutto suo, visto che ne è stato la scaturigine, per certi versi il responsabile primo non esercitando sul nascere la facoltà di veto e poi, giorno dopo giorno, credendoci sempre di più, e perfino il race fan acquisito più sorprendentemente felice, alla fine.

(2/2).

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