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8 Ore Bahrain, diario di bordo: la storia in diretta!

Pubblicato il 8 novembre 2025, 20:36 (Aggiornato il 8 novembre 2025, 21:30)
È sceso nella hall dell’albergo in mattinata, quando al via mancavano ancora più di sei ore. È sceso con lo sguardo serafico, senza far trasparire l’idea di uno che sa che la giornata, quella giornata, in un senso o nell’altro non sarebbe mai stata come le altre. Eppure, Antonello Coletta era un concentrato di serenità, o almeno questa era l’impressione che dava.
“Fare ciò che abbiamo sempre fatto”
“Dobbiamo fare ciò che abbiamo sempre fatto”, ripetevano in coro sin da giovedì. Antonello Coletta, la sua routine l’ha rispettata sin dalla prima colazione: spiccava nella stanza adibita al primo pasto giornaliero con quella sua camicia rossa, in contrasto con i colori marroncini dell’hotel. Si intratteneva con un suo commensale mentre consumava due uova, proteine per avviarsi alla grande verso il circuito.
“Dobbiamo fare ciò che abbiamo sempre fatto”. Si passava da una sfumatura un po’ più audace, “è una gara come le altre” di Pier Guidi, ad una meno permissiva, quella di Cannizzo, “affrontiamola con tranquillità ma anche responsabilità”, ma il concetto rimaneva sostanzialmente lo stesso: affrontiamo le cose come sappiamo fare, e vedrete che andrà bene. Ecco: abbiamo visto.
Se Toyota va, lasciala andare
Abbiamo visto una Ferrari veloce, competitiva, a tratti pure con l’idea di andarsela a prendere, questa gara. Ma un po’ la Toyota ne aveva di più, un po’ gli ingegneri ripetevano via radio che non c’era bisogno di correre dei rischi. I rischi dovevano correre gli altri, come una Cadillac in bambola, come una Porsche che nel giorno dell’addio vive una resa incondizionata. Troppo forte per tutti questa Ferrari, che in giornata si era preparata ad accogliere anche i vertici, John Elkann e Benedetto Vigna. Mentre la stampa - noi pure - veniva invitata per seguire una porzione di gara dal garage (precisamente, nel momento della prima safety car), John era là, in camicia azzurra, a seguire la corsa su una seggiolina dei meccanici. Poi ha passeggiato nel paddock, è andato lungo la pista, si è goduto una creatura che lui, anni fa, ha voluto più di altri. Non serve beatificare, ma almeno sul piano del Mondiale Endurance, ha avuto ragione lui.
Ragione ce l’ha avuta Antonello Coletta, quando ha preso per mano la sua creatura e l’ha fatta diventare grande. Questi titoli nascono anni fa, quando la squadra delle GT ha cominciato a mietere successi: non era la stessa cosa farlo con le Hypercar, ma di certo la base era solida. Perché le GT, bistrattate forse un po’ troppo a lungo, sono in realtà anche loro un concentrato di emozioni e passione, come si nota anche passeggiando, con amichevole accondiscendenza di Marco Cortesi (firma di Autosprint, nonché a capo della stampa di Iron Lynx), per il box di Iron Lynx. Preparazione, tensione, meccanici che danzano perfetti ad ogni cambio gomme, rumore di motori che ti entra nelle vene, una saletta dove regnano computer, numeri, analisi in tempo reale ed ingegneri. GT o Hypercar, nelle corse si cerca sempre il massimo: e allora è bello fare questo parallelo tra queste due chicche di giornata, tra queste due facce della stessa medaglia di un sabato finito dritto nei libri di storia delle corse. E non per una Toyota rediviva, capace di prendersi di forza, in un’annata maledetta, il primo ed unico sorriso di un 2025 che dalle parti del Sol Levante cercheranno di cancellare in fretta.
Campioni del mondo!
Le corse sanno anche essere spietate, a volte. Perché si vince e si perde: e per una squadra che vince, ce ne sono tante altre che perdono. E’ il caso di Porsche, uscita malconcia dalla sua ultima presenza ufficiale nel WEC. È uscita male la Cadillac, capace di mortificare l’ultima volta di Jenson Button da pilota a tempo pieno: Jenson ci ha messo del suo con un errore a poco meno di cinque ore dalla fine, ma ha meritato tutta la passerella che Cadillac (e Jota) gli hanno concesso: comunque sia andata questa deludente giornata, sapere di essere alle prese con i tuoi ultimi giri della vita deve fare effetto, soprattutto se la tua carriera non è stata una qualunque.
Jenson Button è stato campione del mondo, in una categoria lontana che si chiama Formula 1. Ora campioni del mondo lo sono anche James Calado, Antonio Giovinazzi, Alessandro Pier Guidi: James era stato tra i pochi e forse l’unico a dire subito, due anni fa, di preferire il titolo a Le Mans: è stato accontentato. Sorridono anche gli altri due, che oggi benedicono i bivi della vita: ciò che conta è che siano qui ed ora, in questa giornata speciale. Campione del mondo lo è la Ferrari, mentre nel paddock di Sakhir la notte domina e le luci baciano le sagome di quegli uomini che festeggiano. Sì, dopo più di mezzo secolo c’è una Ferrari regina nel mondo dell’Endurance: darsi i pizzicotti non importa, perché è tutto così tremendamente reale.
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