Nel segno di Schumi: da Monza 1996 a Monza 2006, dentro ad un'epopea

Pubblicato il 1 settembre 2026, 17:57
Monza 1996 e... il regalo della 550 Maranello
Questa la storia principale, ma fu un racconto in cui le persone amarono anche le spigolature. Capitava ai suoi meccanici, sempre pronti a sostenerlo anche nei giorni di sciopero: perché lavorare con Michael era totalizzante, nel bene o nel male. Valeva la pena restare, non solo perché voleva dire progredire, ma anche che lui, a fine giornata, avrebbe avuto un sorriso ed una stretta di mano per ognuno. Per il pubblico, a suo modo, era uguale: così si spiegavano le reti di protezione prese d'assalto quando c'era un test, Monza, Mugello, Fiorano o Imola che fosse. Michael che con un cenno della mano salutava, nascosto da quel suo casco prima colorato con sfumature di blu, bianco e giallo, poi infine tutto rosso, a simboleggiare una simbiosi totale con la sua macchina.
Spigolature, appunto, a contorno del grande racconto: come la scommessa con Luca di Montezemolo, vinta proprio con il terzo successo della stagione 1996, a Monza. Era l'anno del debutto della 550 Maranello, linee Pininfarina per un bolide da 485 cavalli grazie al suo V12. "Me la regali?", chiese Michael; "Con quello che guadagni, te la puoi benissimo comprare", rispose serafico Montezemolo. La trattativa tra due ossi duri andò avanti, poi il Presidente se ne uscì così: "Hai detto che l'obiettivo è vincere due gare, vero? Se ne vinci tre, te la regalo". Tempo dopo, un commento telegrafico dello stesso Presidente: "Ho rischiato ed ho perso".
In fondo, era un essere umano
Momenti di non trascurabile felicità, appunto. Perché la Ferrari di Michael Schumacher fu quella. O meglio, fu anche quella. Quella fatta di un instancabile lavoro ai box, tra le direttive di Jean Todt, le tattiche di Ross Brawn, le macchine disegnate da Rory Byrne. Ma anche quella in cui Michael divenne "Maicol", i suoi meccanici sempre più per lui e lui, "Maicol", sempre un po' più italiano.
Non avrebbe mai imparato a padroneggiare con assoluta perfezione la lingua di Dante, ma per quelle undici stagioni con epicentro Monza, sembra un difetto veniale, ridicolo al cospetto di quella grandezza. In fondo, in quell'epopea, un difettuccio serviva, anche solo per ricordarci che, in fondo, era pur sempre un essere umano. E quella Monza 2006, la sua ultima in Rosso, fu lì a ricordarcelo: era il tempo del ritiro, pure per lui che aveva cominciato ad assomigliare tanto ad un supereroe. Ed i supereroi, si sa, non hanno età.
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