Formula Aut: Matteo Perego racconta l'altra Formula 1

Il presidente dell'associazione Facciavista ci ha parlato di Formula Out, autismo e non solo: "L’inclusione è far fare a questi ragazzi quello che fanno gli altri"
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Formula Aut: Matteo Perego racconta l'altra Formula 1

Ilaria ToscanoIlaria Toscano

Pubblicato il 14 settembre 2026, 14:45

In occasione del Gran Premio di Monza è stata esposta Formula Out, una scultura che riproduce una monoposto di Formula 1 in scala 1:1, realizzata in cartapesta dai ragazzi autistici dell’associazione Facciavista.

Un progetto in cui arte, talento e inclusione si incontrano, trasformando la creatività in un’occasione di espressione e crescita. Abbiamo intervistato il presidente dell’associazione, Matteo Perego, per conoscere più da vicino questa realtà e scoprire la storia che si nasconde dietro Formula Out.

Partendo dall’inizio: come e perché nasce Facciavista? C’è stato un momento preciso in cui ha capito di voler fondare questa associazione?

"Come molte associazioni del Terzo settore, anche Facciavista nasce da un’esperienza familiare. Sono il papà di un ragazzo autistico che oggi ha 24 anni.

Mio figlio ha frequentato il liceo artistico e, tra il terzo e il quarto anno, dalla scuola hanno cominciato a segnalarci una sua particolare predisposizione per la pittura. Aveva un tratto che piaceva molto. Noi sapevamo che amava l’arte, ma non avevamo ancora compreso fino in fondo le sue capacità.

Abbiamo quindi mostrato alcuni suoi dipinti a dei critici d’arte e tutti ci hanno detto che aveva un tratto molto interessante, una personalità artistica ben definita. A quel punto ci siamo chiesti: perché non permettergli di continuare a coltivare questa passione e questo talento anche dopo la fine del liceo?

Da questa esigenza è nata Facciavista, un’associazione un po’ particolare, perché è sostanzialmente un laboratorio artistico che accoglie ragazzi autistici con un talento o un interesse per l’arte. Con il tempo il gruppo è cresciuto e oggi, a distanza di otto anni, Facciavista coinvolge dieci ragazzi autistici, artisti normodotati e diverse persone accomunate dall’amore per l’arte. Abbiamo cercato di riunire tutte queste realtà all’interno dello stesso laboratorio, dello stesso contenitore.

All’inizio siamo partiti dalla pittura, lasciando ai ragazzi una grande libertà espressiva, e abbiamo cominciato a organizzare delle mostre. Una svolta importante è arrivata con un’esposizione alla Villa Reale di Monza: era la prima volta che la Villa apriva le proprie porte a una mostra personale dedicata a Facciavista e, più in generale, al mondo della disabilità.

In quell’occasione realizzammo la mostra Out Pop e venne a visitarla Alessandra Locatelli, allora assessore di Regione Lombardia con delega alla disabilità. Visitò l’esposizione con grande attenzione, anche perché si trattava della prima mostra dedicata all’autismo ospitata alla Villa Reale.

Due anni più tardi, diventata ministra per le Disabilità, ci ricontattò perché si ricordava di uno dei quadri che aveva visto durante quella mostra. Da quell’opera abbiamo realizzato un foulard, che lo scorso anno è diventato il cadeau italiano per il G7.

Per noi è stata una soddisfazione enorme: riuscire a portare un’opera nata nel nostro laboratorio ai capi di Stato del G7. Il foulard, realizzato in un setificio di Como, rappresentava il Made in Italy ma portava con sé anche un messaggio molto forte di inclusione.

Da quel momento abbiamo continuato a porci obiettivi sempre più ambiziosi, cercando di portare sempre più avanti il tema del talento nel mondo dell’autismo."

La storia del foulard è davvero straordinaria.

"È stato il cadeau italiano del G7 dello scorso anno ed è stata soprattutto una grande emozione per i ragazzi. Perché il nostro, prima ancora che un laboratorio artistico, è un laboratorio di vita.

Parliamo spesso delle opere che realizzano, ma, avendo un figlio autistico, mi rendo conto che ciò che accade all’interno del laboratorio è forse ancora più importante delle opere stesse e delle competenze artistiche che i ragazzi acquisiscono.

Nel caso del G7, per esempio, erano naturalmente orgogliosi di aver realizzato il foulard e l’opera da cui era nato. Ma la vera esperienza di vita è arrivata quando la ministra ha invitato i ragazzi a consegnarlo personalmente durante la cena di gala.

Eravamo in sette: sette ragazzi autistici che consegnavano ai capi di Stato un manufatto realizzato da loro durante una cena di gala del G7. Credo che un’esperienza del genere capiti a pochissime persone."

La missione di Facciavista

Quanto ha inciso nella nascita di Facciavista la sua esperienza personale come genitore?

"Io non partecipo direttamente ai laboratori, se non in maniera marginale. La gestione quotidiana di Facciavista è soprattutto nelle mani di mia moglie, che coordina i ragazzi, gli educatori e tutto il team che ruota intorno al laboratorio. Io mi occupo maggiormente delle relazioni, della comunicazione e della strategia.

Può sembrare un aspetto secondario, ma credo che molte associazioni abbiano difficoltà a crescere proprio perché manca, passatemi il termine, un’impostazione in qualche modo “imprenditoriale”.

Io ho voluto dare a Facciavista una veste diversa. Pur occupandoci di disabilità, non volevo che l’associazione fosse costruita intorno alla pietà o alla compassione. Abbiamo scelto di mettere al centro il talento.

È un modo diverso di concepire sia la disabilità sia il ruolo delle associazioni. Non vogliamo suscitare la “lacrimuccia” in chi guarda le opere dei nostri ragazzi. La disabilità deve rimanere sullo sfondo; in primo piano deve esserci ciò che questi ragazzi sanno fare.

Credo che questa sia stata anche la chiave del progetto Formula Out, che abbiamo presentato durante l’ultimo Gran Premio. Non abbiamo posto l’accento sul fatto che gli autori fossero ragazzi autistici: abbiamo presentato innanzitutto una monoposto realizzata in cartapesta, con caratteristiche molto particolari."

È un approccio che condivido molto: valorizzare il talento, anziché fare leva esclusivamente sull’emotività o sulla compassione.

"Esattamente. Credo che questa sia stata la vera svolta di Facciavista.

Anche nelle nostre comunicazioni e nelle manifestazioni cerchiamo raramente di puntare tutto sulla disabilità. Del resto ci occupiamo di arte e, nella storia dell’arte, sono esistiti grandissimi artisti che hanno avuto fragilità o problematiche psichiche senza che questo impedisse loro di diventare figure straordinarie.

L’arte è un ambito nel quale una condizione come l’autismo non deve necessariamente rappresentare un limite rispetto al risultato finale. Siamo convinti che anche nel mondo dell’autismo possa esserci un enorme talento artistico.

Anzi, per ragazzi che possono avere difficoltà nell’espressione verbale, l’arte può diventare una modalità alternativa attraverso cui comunicare ciò che con le parole non riescono a dire."

Nei vostri laboratori, quindi, i ragazzi non sono semplicemente destinatari di un’attività, ma ne diventano protagonisti. Quanto è importante creare occasioni nelle quali possano esprimere capacità e interessi che, in altri contesti, rischierebbero di non emergere?

"Questo è il punto centrale di tutto il nostro lavoro. Dobbiamo riuscire a superare l’idea che il laboratorio artistico sia soltanto un posto in cui si va a dipingere. Deve essere uno spazio nel quale vivere esperienze, perché sono proprio quelle esperienze a far crescere le capacità dei ragazzi.

A mio parere, a volte è persino più importante la pausa caffè: il momento in cui stanno insieme per mezz’ora, bevono qualcosa e interagiscono tra loro. Oppure un’inaugurazione, durante la quale devono confrontarsi con il pubblico. Penso, per esempio, a quello che è successo con Formula Out in piazza Duomo.

Il manufatto è soltanto l’ultimo tassello. Una persona autistica ha soprattutto bisogno di avere occasioni per stare dentro la società e vivere esperienze al suo interno. L’arte diventa quindi lo strumento attraverso il quale sviluppare tutta una serie di abilità."

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