Monza 1996, la domenica in cui Schumacher conquistò il cuore della Ferrari

Pubblicato il 27 agosto 2026, 10:22
Monza, sono trascorsi trent’anni, la Formula 1 ha attraversato epoche tecniche completamente differenti, sono cambiati i motori, i regolamenti, i circuiti e persino il modo di vivere un Gran Premio, eppure esistono domeniche che sembrano sottrarsi allo scorrere del tempo perché continuano a rappresentare qualcosa di molto più grande del risultato scritto negli annali, e quella dell’8 settembre 1996 appartiene senza dubbio a questa categoria.
Fra due settimane il Mondiale tornerà a Monza per il Gran Premio d’Italia 2026 e, nell’anno del trentennale, sarà quasi impossibile non ripensare a quella Ferrari F310 numero 1 che, dopo cinquantatré giri combattuti, attraversò per prima il traguardo davanti a Jean Alesi e Mika Häkkinen, restituendo alla Scuderia una vittoria in casa che mancava dal 1988 e regalando a Michael Schumacher la prima autentica consacrazione davanti al pubblico italiano.
Quando Schumacher arrivò a Maranello all’inizio del 1996 aveva appena conquistato due titoli mondiali consecutivi con la Benetton e rappresentava il pilota sul quale la Ferrari aveva deciso di costruire il proprio futuro, ma la squadra che trovò non era ancora quella macchina perfetta destinata a dominare la Formula 1 qualche anno più tardi, bensì una Scuderia impegnata in una ricostruzione profonda e costretta a confrontarsi con una Williams-Renault che disponeva della monoposto più completa e competitiva del campionato.
La Ferrari F310 era una vettura particolare, capace di alternare prestazioni importanti a giornate molto più complicate, ma Schumacher aveva già dimostrato durante quella stagione quanto potesse fare la differenza anche quando il mezzo non rappresentava il riferimento assoluto, vincendo magistralmente sotto il diluvio di Barcellona e ripetendosi a Spa poche settimane prima dell’appuntamento italiano.
Monza arrivava quindi in un momento nel quale qualcosa, lentamente, stava cominciando a cambiare, anche se nessuno poteva ancora immaginare quanto sarebbe diventato importante quel pomeriggio.
Le Williams partono favorite
Le qualifiche del sabato sembrarono riportare la situazione alla normalità, perché Damon Hill conquistò la pole position davanti al compagno Jacques Villeneuve, mentre Schumacher riuscì comunque a trascinare la Ferrari fino alla terza posizione della griglia, mettendosi immediatamente alle spalle delle due monoposto che avevano dominato gran parte della stagione.
Il pubblico, naturalmente, sperava comunque nel miracolo, perché Monza non è mai stata una gara come tutte le altre per la Ferrari e perché proprio lì il Cavallino non vinceva dal memorabile 1988, quando Gerhard Berger e Michele Alboreto avevano conquistato una doppietta entrata immediatamente nella leggenda, arrivata poche settimane dopo la scomparsa di Enzo Ferrari.
Otto anni erano trascorsi da allora, un tempo lunghissimo per una tifoseria che ogni settembre riempiva l’autodromo aspettando di poter vedere nuovamente una macchina rossa davanti a tutti.
Le insidie di Monza
La corsa del 1996 sarebbe diventata celebre anche per le barriere di pneumatici collocate all’interno delle chicane per impedire ai piloti di tagliare eccessivamente le curve, una soluzione che avrebbe finito per incidere pesantemente sullo svolgimento della gara perché diversi concorrenti le colpirono durante il Gran Premio, spostando le gomme e trasformando alcuni passaggi nelle varianti in momenti particolarmente delicati.
Damon Hill, partito dalla pole position e indicato da tutti come il grande favorito, sembrava inizialmente avere la situazione sotto controllo, ma al sesto giro commise l’errore destinato a cambiare completamente il volto della corsa quando, affrontando la prima variante, colpì una delle barriere di pneumatici, perse il controllo della Williams e fu costretto al ritiro.
In quel momento, mentre una Williams rimaneva fuori dalla lotta, sulle tribune di Monza cominciò a diffondersi la sensazione che quella gara, fino a pochi minuti prima apparentemente destinata alle monoposto inglesi, potesse improvvisamente diventare un’occasione irripetibile per la Ferrari.
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