Vent'anni senza titolo: l'Odissea di Fernando Alonso

Pubblicato il 20 agosto 2026, 10:26
“Sopporta, mio cuore; hai già sopportato di peggio”. Per Fernando Alonso, il concetto di resilienza è un qualcosa di intrinseco: lo ha per carattere e declinazione, ammaliato com’è dalla cultura giapponese dei samurai. Però, in questi anni di peregrinare verso un’oasi felice, peraltro senza praticamente mai trovarla, viene da chiedersi se ogni tanto, più che nei panni di un samurai, si sia mai messo nei panni di colui a cui è attribuita questa frase: Odisseo. O, che dir si voglia, Ulisse.
Alonso come Odisseo
Christopher Nolan, riportando sul grande schermo l’eroe greco, ha rispolverato una figura mitologica che saltuariamente ritrova la luce dei riflettori. Ed è una figura che fa ripensare immediatamente a Fernando Alonso, al suo girovagare per anni senza mai ritrovare la via di casa. La quale se per Ulisse era Itaca, per Fernando altro non sarebbe che il posto giusto per rimettersi in mostra ed arricchire un palmarès che si è fermato a venti anni fa, almeno alla voce “titoli iridati”. Venti anni, appunto: gli stessi che sono serviti ad Ulisse per andare e tornare da Itaca, tra i dieci spesi a Troia e gli altri dieci nel ritorno a casa.
Come Odisseo, pure Fernando ha vissuto le sue peripezie: e per entrambi ci si è sempre chiesti dove arrivassero le volontà del destino (degli dèi, nel caso dell’eroe greco) e dove invece cominciassero le responsabilità dell’individuo. Perché è vero, Odisseo ha contro una fetta degli dèi, che nel caso di Fernando sono paragonabili ai cicli tecnici infelici della scuderia sulla quale puntava; ma al tempo stesso ci sono responsabilità del singolo, preso da umanissimi e claustrofobici dubbi di scelta, con bivi e decisioni sbagliate prese per le quali non possono biasimare nessun altro, se non sé stessi.
Fine 2006: comincia l’Odissea
Se per Ulisse le peripezie del ritorno in patria cominciano sostanzialmente con la presa di Troia, la sua Odissea Fernando Alonso la comincia idealmente quando decide di lasciare Enstone, che è un po’ come la sua Itaca: probabilmente da nessun’altra parte Fernando è stato così sereno come in quegli anni ad Enstone, con Flavio Briatore e indosso la tuta azzurra della Renault.
Fernando è sempre stato uno dal carattere forte, spigoloso, ombroso; un talento eccelso calato dentro una personalità controversa, in perenne lotta con il destino, soprattutto dopo aver lasciato quella Renault, alla fine del 2006. Perché è dopo quei due titoli, che emerge questa lotta continua contro un fato che non ne ha mai premiato le scelte. Lui, Fernando, consapevole del suo talento, ma mai col fiuto giusto per sbarcare nel porto più adatto. Se Ulisse viaggiò “per seguir virtute e canoscenza”, come da dantesco racconto, Fernando, molto più semplicemente, ha vagato in cerca dell’occasione migliore per esaltare le sue doti, puntualmente mancandola sempre.
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