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L’ultimo giro di Alex Zanardi: il paddock della vita si ferma per il suo Capitano
Ai funerali di Alex Zanardi a Padova, il motorsport e non solo saluta l’uomo oltre il pilota: esempio di coraggio, umanità e vita quotidiana

Pubblicato il 5 maggio 2026, 15:15
A Padova oggi non si è celebrato un funerale nel senso tradizionale del termine. È sembrato piuttosto l’ultimo giro lanciato di un campione che ha saputo trasformare ogni curva della sua esistenza in traiettoria vincente. L’addio a Alex Zanardi, nella Basilica di Santa Giustina, ha avuto il tono di una celebrazione collettiva.
Nel mondo della Formula 1, di cui Zanardi ha fatto parte tra fine anni ’90 e inizio 2000, si è spesso parlato di velocità, tecnica e risultati. Ma a Padova si è celebrato altro: l’uomo oltre il pilota. Un concetto che ha attraversato tutta l’omelia di Marco Pozza, amico personale di Zanardi, che ha scelto parole capaci di risuonare anche nel cuore del motorsport: “Lascio a voi le medaglie, il rombo dei motori, l’odore della benzina. Io mi tengo l’uomo”.
Il paddock umano di Zanardi
Per chi frequenta i circuiti, l’immagine più potente è arrivata dai ragazzi di Obiettivo3, in carrozzina, in cerchio attorno al feretro. Una scena che vale più di qualsiasi podio. In Formula 1 si parla spesso di “team”: quello di Zanardi era fatto di vite cambiate, di seconde partenze, di sogni riaccesi.
Nel paddock globale, Zanardi è stato qualcosa di unico: un pilota capace di reinventarsi dopo l’incidente del 2001 al Lausitzring, diventando simbolo universale di resilienza. Ma ridurre tutto a una narrazione eroica sarebbe limitante. Come ha sottolineato don Pozza: “Troppo facile applaudire i vincitori”.
L’eredità oltre la pista
Presenti figure chiave dello sport italiano e internazionale: da Luca Pancalli a Alberto Tomba, fino a rappresentanti istituzionali e atleti paralimpici.
Anche nel motorsport il suo lascito è trasversale. Non è stato solo un ex pilota di F1 o CART: è stato un ponte tra mondi. Tra la velocità pura e la profondità umana. Tra il cronometro e il significato.
La voce della famiglia: la normalità come vittoria
Il momento più “anti-retorico”, e forse più potente, è arrivato dalle parole del figlio Niccolò. Nessuna mitizzazione del campione, ma il racconto di un padre normale, lontano dall’immagine pubblica del campione invincibile. Uno che faceva il caffè, impastava la pizza… e poi, con totale semplicità, chiedeva aiuto per lo SPID.
In un ambiente come la Formula 1, spesso dominato dall’eccezionalità, questo ritorno alla normalità suona quasi rivoluzionario. Zanardi, che aveva vissuto l’estremo della competizione, indicava nelle “piccole cose” la vera linea del traguardo.

Un finale che è un inizio
La cerimonia si è chiusa sulle note di “Ti insegnerò a volare” di Francesco Guccini e Roberto Vecchioni. Una scelta che, più che un addio, è sembrata una consegna.
La domanda oggi è inevitabile: cosa resta di Zanardi nel motorsport moderno?
Resta un monito. In un’epoca in cui la tecnologia spinge sempre oltre i limiti, Zanardi ricorda che la vera differenza non sta solo nella performance, ma nella direzione. Nella capacità di dare senso alla velocità.
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