Monza, cortocircuito emotivo tra Ferrari e Kimi

L'Italia si prepara al GP di Monza che vedrà protagonisti Ferrari e Antonelli: a chi andrà il tifo? Nel frattempo, cresce la speranza di vedere un gran finale di stagione a Imola...
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Monza, cortocircuito emotivo tra Ferrari e Kimi
© Getty Images

Andrea CordovaniAndrea Cordovani

Pubblicato il 1 settembre 2026, 12:00 (Aggiornato il 1 settembre 2026, 10:33)

A Monza l’asfalto non è mai soltanto asfalto: è una lingua di fuoco che scotta, un nastro di carbonio e leggenda dove il passato non passa mai davvero. Qui le curve hanno nomi che suonano come preghiere laiche – Lesmo, Parabolica, Ascari – e l’aria ha l’odore inconfondibile della storia: un intruglio viscerale di benzina incombusta, gomma bruciata e quella cortina che i fumogeni dei tifosi lasciano sospeso tra i lecci centenari del Parco. È un profumo che ti stringe lo stomaco, che sa di domeniche d’autunno, di tribune affollate sin dalle prime luci dell’alba, in attesa del boato sordo dei motori.

Ma quest’anno quell’odore pizzica il naso in modo diverso. Ha il sapore di un cortocircuito emotivo, di una vertigine collettiva che questo Paese non provava dai tempi lontani, mitologici e in bianco e nero di Alberto Ascari: settantatré anni fa. Nel tempio della velocità c’è un ragazzo di vent’anni che si chiama Kimi. Ha la faccia pulita di chi si stupisce ancora del proprio riflesso allo specchio, ma guida una Mercedes che fende l’aria come un falco nero e argentato. E soprattutto, si presenta qui, sotto le fronde amiche e spietate dell’Autodromo, con il fardello e la corona del numero uno virtuale cuciti addosso: è lui il leone che guarda tutti dall’alto in basso, il leader del Mondiale. Cinquantanove punti di vantaggio sui rivali, un tesoro accumulato curva dopo curva, un margine che profuma di futuro e che costringe l’Italia intera a fare i conti con la propria eterna, meravigliosa schizofrenia.

Monza tra Ferrari e Antonelli

Da una parte c’è la fede. Quella rossa, viscerale, quasi carnale. Una religione che non ammette eretici, tramandata di padre in figlio come una reliquia da custodire gelosamente. A Maranello ci credono sempre. E per questo fine settimana di settembre, le Rosse giocano la carta pesante: a Maranello hanno fatto i compiti, imbullonando sulle SF-26 di Lewis Hamilton e Charles Leclerc il motore evoluto ADUO2, la power unit numero quattro tirata a lucido grazie alle opportunità concesse dalla FIA. Nessuna penalità, semaforo verde, via libera per l’assalto.

Dall’altra parte c’è Kimi. C’è Bologna che scende in Brianza con le bandiere nascoste nello zaino, c’è un ragazzo che l’anno scorso, proprio su questa stessa pista, chiudeva nono tra i mugugni di chi non aveva la pazienza di aspettare che i fiori sbocciassero. Toto Wolff ci ha creduto quando gli altri scommettevano sul fallimento. E oggi Kimi si ritrova a pagare pegno: la Mercedes ha deciso di sostituire la Power Unit sulla monoposto del pilota italiano, costringendolo a scontare una pesante penalità sulla griglia di partenza nella sua gara di casa. Davanti al dispiacere dei tifosi e della stampa per aver “rovinato” la festa del talento di casa, il Team Principal della Mercedes ha risposto in modo estremamente pragmatico e distaccato: «I nostri calcoli dicono che Monza è la pista migliore per farlo. Gli algoritmi non tengono conto della nazionalità. Stiamo lottando per il campionato, non per ottenere il trofeo delle PR».

È una frase che taglia l’aria come una lama d’acciaio. Senza sconti, senza poesia, senza romanticismo. Niente carezze per l’orgoglio tricolore, solo fredda ingegneria e tabelle di marcia. La scuderia di Brackley guarda ai punti, non ai battiti del cuore di un intero Paese. Eppure, proprio questa cinica decisione trasforma il weekend in un dramma sportivo perfetto: Kimi dovrà scalare posizioni su posizioni partendo dal fondo dello schieramento, un Everest di asfalto e carbonio da risalire mentre i semafori si spengono e l’autodromo intero trattiene il respiro. Ma Monza sa essere generosa con chi non ha paura di farsi male, e la staccata della prima variante sa essere una terra di conquista per chi non ha nulla da perdere.

Il dilemma Kimi-Ferrari

È qui che questo tempio a due anime mostra la sua frattura più sottile e tagliente. Cosa farà lo spettatore medio, quello con la sciarpa del Cavallino stretta al collo, quando si accorgerà che il ragazzo con la tuta della Stella d’Argento sta rimon- tando furioso dalle retrovie? Lo fischierà perché guida il nemico storico, o lo a plaudirà perché sotto quel casco c’è un pezzetto di noi, un ragazzo cresciuto alla svelta, che parla con il nostro accento e insegue una favola irripetibile?

Il pubblico italiano non sceglie mai davvero. O forse sceglie di amarli tutti, per poi scaricare la tensione accumulata in tribuna urlando contro il muretto box alla prima sbavatura. È la nostra bellezza, e forse anche la nostra condanna.

A Monza, in questo weekend di fine estate, non si corre solo per una coppa o per un pezzo di storia in più. Si corre per capire chi siamo. Se siamo ancora quel popolo capace di commuoversi davanti a un fenomeno venuto dal nulla, o se la nostra fede rossissima rimarrà l’unico rifugio sicuro in una domenica che promette lacrime, sorpassi e batticuore. E in fondo, che vinca l’uno o che volino le Rosse, la verità è che torneremo tutti a casa con la gola bruciata e le orecchie che fischiano. Felici e scontenti, come solo noi sappiamo essere.

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